Il Tribunale di Milano ha ordinato a Google di bloccare l’accesso ai siti di streaming pirata: una misura controversa che riaccende il dibattito su privacy e censura online.

Il Tribunale di Milano ha ordinato a Google di modificare i propri DNS per impedire l’accesso ai siti pirata che trasmettono partite ed eventi sportivi protetti da copyright.

L’ordinanza è stata emessa in seguito a una segnalazione di AGCOM, l’ente che si occupa di controllare la pirateria in Italia attraverso l’iniziativa Piracy Shield, a cui non è seguita nessuna azione da parte di Google. Ma è giusto che un provider DNS debba schierarsi e intervenire nella lotta contro la pirateria?

In questo articolo parliamo dell’ordinanza italiana contro Google, di DNS poisoning, di lotta allo streaming pirata e delle conseguenze per gli utenti finali. Buona lettura!

L’ordinanza del tribunale prevede che Google blocchi la risoluzione dell’indirizzo IP, in modo che chi digita l’indirizzo del sito pirata non possa più accedervi. Giustizia o censura?

Il Tribunale di Milano contro Google

Alla luce dell’iniziativa Piracy Shield, nata per combattere la pirateria informatica e, in particolare, la trasmissione illegale di contenuti protetti da copyright, il Tribunale di Milano ha chiesto a Google di modificare i propri DNS per bloccare l’accesso ai canali illegali.

Google, tra le tante cose, è un provider di DNS pubblico, ovvero ha dei server che funzionano come dei grandi elenchi di indirizzi IP e nomi dei siti. In questo modo, quando digiti l’URL nel browser, questo invia la richiesta al server DNS che lo traduce in un indirizzo IP e si connette.

Gli operatori di servizi internet (ISP) hanno i propri servizi DNS, ma in generale è buona prassi utilizzare i server DNS pubblici come quelli di Google o Cloudflare.

L’ordinanza del tribunale prevede che Google blocchi la risoluzione dell’indirizzo IP, in modo che chi digita l’indirizzo del sito pirata non possa più accedervi. Giustizia o censura? Vediamolo più nel dettaglio.

Come funzionano le trasmissioni pirata

Piracy Shield è nata principalmente per arginare la trasmissione illegale di eventi sportivi coperti da copyright, prime fra tutte le partite di calcio di Serie A. Ma come fanno i “pirati” a trasmettere illegalmente i match e altri eventi simili? Scopriamolo subito:

  1. Un abbonato a un servizio legale, come DAZN, accede alla piattaforma e inizia la visualizzazione in streaming.
  2. Attraverso una scheda grafica e un programma di acquisizione video, acquisisce il segnale e lo registra.
  3. Utilizza un dominio usa e getta per ritrasmettere l’evento, oppure un link nelle cosiddette liste M3U o app dedicate come Smart IPTV.
  4. Lo spettatore finale può abbonarsi a uno di questi servizi illegali o usare i link gratuiti, spesso condivisi su forum e altre community chiuse.

Questo è il funzionamento generale delle trasmissioni illegali di eventi sportivi, ma ovviamente esistono molte varianti possibili, a seconda delle piattaforme, dei paesi e, soprattutto, delle leggi e dei sistemi di controllo che cercano di aggirare.

Come agisce Piracy Shield

L’AGCOM, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha istituito Piracy Shield per arginare la pirateria e lo streaming illegale. Vediamo come funziona:

  • Un’azienda che detiene i diritti di un evento, come DAZN o la Lega Serie A, individua una trasmissione illegale online.
  • L’azienda invia una segnalazione a Piracy Shield, che a sua volta invia un ordine di blocco ai fornitori di servizi internet e ai servizi DNS pubblici come Google affinché blocchino l’accesso allo streaming illegale.
  • L’ISP o l’azienda tecnologica deve rispondere entro 30 minuti.

Il blocco può avvenire a vari livelli:

  • DNS: il nome del sito pirata non viene più risolto dai servizi DNS.
  • IP: viene impedito l’accesso diretto al server che trasmette l’evento.
  • FQDN (domini specifici): anche i sottodomini vengono disattivati.

Questo è il funzionamento generale di Piracy Shield e la risposta agli eventi streaming illegali. Ma questa procedura non è così precisa come può sembrare e comporta vari problemi, come dimostra l’incidente di Google Drive di ottobre 2024.

È giusto coinvolgere DNS pubblici stranieri in un sistema di blocco nazionale? Stiamo andando verso un modello di censura tecnica preventiva?

Limiti e problemi di Piracy Shield

Come hanno fatto notare varie aziende tecnologiche, il blocco degli IP è una soluzione radicale e grossolana, che può avere conseguenze anche molto serie in caso di errore. A ottobre del 2024, in seguito a una segnalazione di Piracy Shield, gli operatori bloccarono per sbaglio un intero sottodominio di Google Drive, che mise in tilt il servizio online di Google per oltre 12 ore, con gravi conseguenze sul lavoro e la vita delle persone.

Questo è solo un esempio di quello che può succedere quando si cerca di bloccare IP, domini o la risoluzione dei DNS, ma non è l’unico problema. Un’altra questione importante è se un servizio di DNS pubblico come Google debba partecipare alla lotta contro lo streaming illegale.

Reazione di Google e problemi etici

La base giuridica di questa richiesta a Google, che rischia multe di migliaia di euro o addirittura penalizzazioni del servizio sul territorio italiano, è la delibera AGCOM189/23/CONS, che:

  • Rende obbligatoria l’adesione degli operatori alla piattaforma di Piracy Shield.
  • Consente il blocco senza necessità di procedura giudiziaria preventiva.
  • Impone sanzioni in caso di mancata esecuzione del blocco da parte degli ISP o di altri intermediari tecnici.

In altre parole, AGCOM, Piracy Shield e la giustizia italiana hanno preso una posizione forte e hanno scelto di obbligare le aziende – private o pubbliche che siano – a partecipare. Ciò nonostante, Google non ha ancora commentato l’ordinanza e non ha preso provvedimenti, così come non lo fece nemmeno Cloudflare a suo tempo.

La questione è spinosa e solleva diversi dubbi di natura etica, giuridica ed economica: è giusto coinvolgere DNS pubblici stranieri in un sistema di blocco nazionale? Chi garantisce che i blocchi siano sempre legittimi? Stiamo andando verso un modello di censura tecnica preventiva? Possiamo inventare alternative legali e più accessibili che rendano superflua la pirateria?

In questo post abbiamo parlato dell’ordinanza del Tribunale di Milano che ha chiesto a Google il blocco DNS dei siti di streaming illegale. Insieme ad altri episodi simili, questa disposizione ci fa riflettere sulla complessità dei fenomeni digitali: difendere i diritti d’autore è giusto, ma serve equilibrio; fino a che punto le Big Tech devono intervenire o rimanere al margine di questo tipo di problemi?

E tu cosa ne pensi? Google, Cloudflare e le altre aziende di tecnologia devono collaborare? Faccelo sapere nei commenti!

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Buona navigazione e buono streaming (legale) delle partite di Serie A!